AVALON E LA LEGGENDA DI RE ARTU’

Qualche anno fa mi è capitato per caso di leggere il bellissimo libro di Marion Zimmer Bradley “Le nebbie di Avalon” che rivisita la leggenda di Re ARTù e dei cavalieri della Tavola Rotonda dalla parte di Morgana, potente sacerdotessa della Grande Dea, che vive l’epoca in cui la cultura e la sapienza celtica sta per venire oscurata dalla nuova religione cristiana, ma forse non lo sarà mai completamente.

Sono rimasta affascinata dalle atmosfere del libro che, peraltro, mi ha dato lo stimolo per affacciarmi su  un mondo che non conoscevo, su antichi saperi dimenticati che, però, non hanno niente da invidiare alla tradizione esoterica orientale.

E qui è iniziato il mio percorso in un  territorio magico e sconosciuto, ma quanto mai intrigante.

TRA STORIA E LEGGENDA

“…Un giorno di primavera, nel settimo anno del regno di Uter Pendragon, a Caerlon, Viviana, sacerdotessa di Avalon e Dama Del Lago, uscì al crepuscolo per guardare nello specchio magico. Sebbene la tradizione di cui la Dama era sacerdotessa fosse più antica dei druidi, aveva con loro in comune una credenza fondamentale: le grandi forze creatrici dell’universo non potevano essere adorate degnamente in un edificio costruito da mani umane e l’Infinito non poteva essere contenuto in un oggetto artificiale. Perciò lo specchio della Dama non era né di bronzo né di argento. Dietro di lei si ergevano le mura grigie dell’antico Tempio del sole, costruito dagli Splendenti giunti da Atlantide molti secoli prima. Davanti a lei stava il grande lago circondato da canne ondeggianti e avvolto nella nebbia che ormai, anche nei giorni più belli, avvolgeva la terra di Avalon. Ma oltre il Lago c’erano isole e altri laghi, in quello che veniva chiamato il Territorio dell’Estate. Era in gran parte sommerso da paludi salmastre; ma al culmine dell’estate gli acquitrini si prosciugavano e le terre si estendevano fertili.   Lì il mare interno si ritraeva, cedendo ogni anno nuovo spazio alla terra ferma. Un giorno quelli sarebbero diventati ricchi campi… ma non in Avalon. Avalon era eternamente circondata dalle nebbie,nascosta a tutti eccettuati i fedeli; e quando gli uomini andavano in pellegrinaggio al monastero cristiano, il tempio del sole era per loro invisibile. Quando impiegava la Vista, Viviana riusciva a scorgere la chiesa che i monaci avevano costruito.   Era là da molto tempo. Secoli prima, così diceva Merlino, un piccolo gruppo di preti era venuto dal sud, e con loro era giunto il profeta nazareno. La storia diceva che lo stesso Gesù aveva studiato là nella dimora dei druidi dove un tempo sorgeva il tempio del sole, e aveva appreso il loro sapere. Anni dopo quando il Cristo era stato sacrificato, ripetendo il Mistero più antico della stessa Britannia, uno dei suoi parenti era ritornato, e aveva piantato il bastone nel suolo della collina sacra, ed il bastone era fiorito trasformandosi nel roveto che fioriva non soltanto d’estate ma anche nel cuore dell’inverno. Ed i druidi in ricordo del mite profeta che avevano conosciuto, avevano consentito a Giuseppe d’Arimantea di erigere, sull’Isola Sacra, una cappella e un monastero in onore del suo Dio, perché tutti gli Dei sono uno solo.   Ma era trascorso molto tempo. A lungo i cristiani e i druidi avevano vissuto fianco a fianco; ma poi erano arrivati i romani e avevano sradicato i sacri boschi dei druidi, accusandoli di praticare il sacrificio umano. La loro vera colpa era stata quella di esortare il popolo a non accettare le leggi romane. Allora, per proteggere l’ultimo rifugio della loro scuola, i druidi avevano operato l’ultimo grande cambiamento rimovendo l’isola di Avalon dal mondo dell’umanità. Adesso Avalon era celata nella nebbia. Le genti delle Tribù sapevano dov’era e là andavano a ad adorare. I romani, divenuti cristiani dal tempo di Costantino, credevano che i druidi fossero stati sconfitti dal Cristo, e non sapevano che erano ancora vivi e si tramandavano il loro sapere nella terra nascosta.   Se voleva, Viviana poteva vedere con la vista duplice, perché era la grande sacerdotessa di Avalon. Quando voleva, vedeva la torre che avevano costruito su Tor, il Monte Sacro dell’iniziazione: una torre dedicata a Michele, uno degli angeli ebraici la cui antica funzione era domare il mondo inferiore dei demoni…”

Da “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley

“Glastonbury Tor”

Avalon, nella tradizione esoterica occidentale è luogo magico per eccellenza, centro dell’esperienza sapienziale dei Celti.

I Celti delle isole britanniche credevano infatti che ad Avalon ci fosse una grotta, l’entrata celtica nell’altro mondo, ma, poiché nella tradizione celtica l’anima non muore mai, la grotta rappresenterebbe una porta tra i due mondi, quello reale e quello sovrasensibile.

Ad Avalon sarebbe stato trasportato Re Artù dopo essere stato mortalmente ferito nella battaglia di Camlann e qui ancora oggi dormirebbe.

Ad Avalon sarebbe arrivato Giuseppe d’Arimatea, in fuga dalla Palestina,  insieme ad alcuni compagni, portando con sé il Sacro Graal, il calice nel quale aveva raccolto il sangue di Gesù dopo la Crocefissione e lo avrebbe nascosto in un pozzo.

Questo piccolo gruppo di cristiani sarebbe stato accolto abbastanza cordialmente dal re Arvirago di Siluria, fratello di Caractaco il Pendragone, che – si dice – concesse a Giuseppe circa 600 ettari di terra a Glastonbury dove fu edificata una chiesetta. Più tardi fu edificata un’abbazia che fu distrutta quando Enrico VIII, nel corso del XVI° secolo, diede vita alla Chiesa Anglicana, e i grandi monasteri cattolici della Britannia subirono gli attacchi della corona.

Il luogo esiste davvero: nell’Inghilterra meridionale, nel “Somerset”, si trova un colle, spesso coperto di nebbie e circondato da paludi, tanto da sembrare in certi momenti un’isola, con una enigmatica torre e, al di sotto, i resti dell’abbazia di Glastonbury.

L’identificazione della sede dell’Abbazia con la mitica Avalon risale al 1190, quando, nel corso di alcuni scavi, furono trovate una lapide e una bara di legno contenente ossa gigantesche che potevano essere appartenute ad un uomo di oltre 2 metri e, accanto ad esse, altre più piccole. Le ossa, che furono attribuite a re Artù e alla regina Ginevra, furono portate via; il monastero venne poi distrutto.

Ma se l’ associazione tra Glastonbury e re Artù risale al medioevo, quella tra Glastonbury ed il Sacro Graal è relativamente recente, poiché risale al  XIX° secolo, grazie agli “Idylls of the King” di Alfred Tennyson. E poiché in un pozzo di Glastonbury si raccoglieva naturalmente acqua rossastra, l’associazione al sangue di Gesù fu semplice: a giustificazione del fenomeno si disse che Giuseppe d’Arimatea aveva sepolto lì vicino la coppa col sangue di Gesù.

Anche se non tutti gli studiosi accettano l’identificazione di Avalon con Glastonbury, preferendo altri luoghi, quali il castello di Peel nell’Isola di Man, sulla verde collina (“Tor”) di Glastonbury si sono riuniti secoli di leggende e di folklore. E, in vari modi, tutte queste leggende dimostrano una cosa, che essa è un luogo dove la divisione tra i mondi, quello materiale e quello invisibile, è sottile. Qui si sarebbero verificate strane esperienze che, di volta in volta, sarebbero state interpretate in relazione alle credenze dei tempi. Un essere dell’altro mondo incontrato su questa collina può essere chiamato fata in un secolo, spirito della natura in un altro, ed “ET” in tempi più recenti.

La collina, con in cima la sua enigmatica torre, è divenuta un simbolo di Glastonbury. Essa domina la città e il paesaggio circostante ed è il primo segno che indica al viaggiatore l’avvicinarsi di Glastonbury.

Mitologia naturale, paganesimo, leggende cristiane, e le idee più recenti circa la vita e l’universo, hanno tutte trovato su questa collina una comoda nicchia.

E’ come se il “genius loci” fosse uno spirito potente, capace di attrarre e favorire ogni genere di idea.

Il luogo è certamente antico. L’archeologia moderna è d’accordo con la leggenda a tale proposito.

La leggenda narra che molte migliaia di anni fa, questa collina era una di sette isole, una delle poche terre non sommerse da una grande inondazione. E lo sarebbe stata per secoli, perché le acque dell’inondazione ci misero molto tempo a ritirarsi. Poi rimasero paludi salmastre che al culmine dell’estate si prosciugavano. E infatti “Somerset” , la regione della Cornovaglia in cui si trova, è l’abbreviazione di “Territori dell’Estate”, perché l’area d’inverno era inondata e pertanto non poteva essere abitata.

La collina era chiamata anche “Ynis Witrin” o “Isola di vetro”, collegata al continente solo da una stretta striscia di terra durante la bassa marea. Questo periodo di semi- isolamento può non solo aver preservato al luogo le caratteristiche della natura di un altro mondo e le particolari energie che la caratterizzavano, ma ha anche aggiunto ad esso un’aura di specialità agli occhi della gente.

Avalon è forse il ricordo di Lyonesse, un insediamento realmente sprofondato al largo della Cornovaglia, e da molti ritenuto una delle città di  Atlantide. Questa origine ne farebbe un importante luogo di rigenerazione e di vita, sia simbolicamente che praticamente. C’è persino chi pensa che il luogo sia  stato progettato così da coloro che previdero l’inondazione e che deliberatamente vi infusero una forte energia per farne il nostro collegamento diretto ad un antico mondo perduto.

Nel simbolismo archetipico le colline ed i luoghi alti in genere sono considerati come ponti tra la terra e il cielo. Essi rappresentano un legame tra la realtà materiale e le dimensioni invisibili. Gli antichi Celti pensavano ai luoghi posti in alto come a divinità, esseri potenti in un mondo dove tutta la natura era abitata da entità coscienti. L’influenza romana più  tardi modificò quell’idea, cosicché non erano più le colline ad essere vive, ma gli dei ad abitarle. La combinazione di queste credenze con le speciali qualità del luogo hanno reso quasi inevitabile che “Glastonbury Tor” sia stato ritenuto la sede di molti strani esseri.

Molti ritengono tuttora che questo sia uno dei tanti luoghi in cui le energie della terra sono più potenti e lo dimostrerebbe anche il fatto che dalle epoche più remote sarebbe stato sede di templi. Era certamente un luogo sacro da molto prima dell’arrivo di Giuseppe d’Arimatea. E il potere dell’acqua rossa del pozzo del calice non avrebbe niente a che vedere con il calice, ma deriverebbe dal fatto che essa sgorga da un luogo molto speciale, da una fonte molto profonda che sarebbe in un altro mondo o in un’altra dimensione.

Sembra che in tempi remoti sulla sua cima sorgesse un tempio circolare di pietra come quello di Stonehenge (località dell’Inghilterra meridionale, ove si trova la più grande e famosa costruzione megalitica circolare, forse tempio, forse osservatorio astronomico, o entrambe le cose, eretto attorno al 2800 a.C., parzialmente distrutto, risistemato nel 1560 a.C. e, successivamente di nuovo abbattuto).

Negli anni ’70 del secolo scorso, un veggente avrebbe descritto il luogo come era nel suo lontano passato con queste parole:”La collina nel passato era molto diversa da come la vediamo oggi. C’era un tempio sulla sua cima, come un tempio greco, ma circolare. Aveva un bellissimo pavimento a mosaico che rappresentava uno zodiaco. Era circondato da dodici colonne biancastre. Sotto la pavimentazione  c’era una volta. La parte superiore era a forma di cupola. C’erano sette guardiani in abiti blu chiaro. Il tempio era circondato da alberi e da un canale”.

E il 22.2.2002 gli archeologi Nancy e Charlies Hollinrake della Società Archeologica di Glastonbury annunciano di aver riportato alla luce sulla cima del “Tor” le fondamenta di ciò che assomiglia a un tempio circolare.

La leggenda di Re Artù

La tradizione medioevale narra di un grande re dei Britanni che sconfigge i nemici Sassoni, unifica il proprio paese, fonda l’Ordine dei Cavalieri della Tavola Rotonda e costituisce un governo ideale a Camelot (la reggia di Artù è stata identificata da alcuni studiosi con  la fortezza neolitica di Cadbury, ai confini tra il Somerset e il Dorset, da altri con il castello di Greenan, a nord di Glasgow).

Per alcuni studiosi, Artù è un personaggio ispirato a Cu Chulainn , protagonista di poemi epici irlandesi; per altri un dio del pantheon celtico, forse il simbolo della terra stessa (Art = roccia, da cui Earth ), poi trasformato dalla leggenda in un essere umano. C’è invece chi ritiene che sia esistito veramente: nel VI secolo d.C. fu forse il re o il capo di una tribù britannica impegnata nella resistenza contro gli invasori Sassoni. Purtroppo dell’Artù storico – se mai c’è stato – si conosce ben poco: lo stesso nome “Arthur”, in inglese, non fornisce indicazioni sulla sua origine. Potrebbe derivare dal latino Artorius  (in tal caso Artù era forse un Comes Britanniarum , ovvero un rappresentante locale dell’Impero Romano), dal gaelico Arth Gwyr  (“Uomo Orso”), o ancora dal già citato Art  (Roccia  in irlandese). Un principe britanno chiamato “Arturius, figlio di Aedàn mac Gabrain Re di Dalriada” è citato dall’agiografo Adomnan da Iona nella “Vita di San Colombano” (VIII° secolo); nella “Historia brittonum” (IX° secolo) lo storico Nennio racconta che il dux bellorum  Artorius era il comandante dei Britanni durante la battaglia contro i sassoni al Mons Badonis (Bath?); gli “Annales Cambriae” (X° secolo) descrivono la sua morte e quella del traditore Medraut (“Mordred”) nella battaglia di Camlann nell’ “anno 93” (539 d.C.?); ma altri storici dell’epoca, tra cui Gildas e il Venerabile Beda, non fanno alcun cenno a un condottiero chiamato Artù. All’Artù storico sono stati attribuiti convenzionalmente una data di nascita e di morte (475-542 d.C.), ma c’è chi lo identifica con personaggi più antichi.

Arthur diventa protagonista o comprimario di narrazioni gallesi intorno al 600 d.C.  Nell’XI° secolo era considerato dagli inglesi un eroe nazionale, e le sue imprese – diffuse dalle canzoni dei Bardi – erano note non solo in Gran Bretagna, in Irlanda, nel nord della Francia, ma anche nella lontana Italia: lo dimostra un bassorilievo sulla “Porta della Pescheria” del Duomo di Modena realizzato intorno al 1120 (e cioè con almeno dieci anni di anticipo sul ciclo di narrazioni scritte cui dette l’avvio Chretien de Troyes, il più grande scrittore medioevale di romanzi arturiani, originario della Champagne, attivo tra il 1130 e il 1190).

Ma l’Artù celtico-britannico era un personaggio che i romani avrebbero definito “un barbaro”: un re robusto e coraggioso quanto rozzo e incolto. La sua notorietà internazionale impose  quella che oggi definiremmo un’operazione di “rinnovamento dell’immagine” allo scopo di nobilitare la sua figura e farne il signore di Camelot.

Fu l’inglese Geoffrey di Monmouth a dare il via al processo che avrebbe trasformato Re Artù da monarca “barbaro” a simbolo messianico di Re-Sacerdote e i suoi cavalieri in un perfetto modello per le istituzioni cavalleresche medioevali (la Tavola Rotonda). Tra il 1130 e il 1150, nell’ “Historia Regum Britanniae”, nelle “Prophetiae Merlini” e nella “Vita Merlini”, Geoffrey tracciò una precisa quanto fantasiosa genealogia del sovrano, recuperò e interpretò in chiave cristiana (e non più celtica) Merlino e gli altri comprimari, e pose alcuni capisaldi del futuro ciclo, battezzando, per esempio, “Avalon” il sepolcro da cui Artù sarebbe risorto ” quando l’Inghilterra avrebbe avuto ancora bisogno di lui “.

Merlino

La denominazione Merlinus  venne utilizzata per la prima volta da Geoffrey di Monmouth, ma il personaggio era già noto nelle tradizioni celtiche come Myrddyn , dal nome della città di Caermyrddyn dove era nato; nella latinizzazione, Geoffrey sostituì la “d” con una “l”, altrimenti ne sarebbe uscito un appellativo scatologico.
Il Merlino storico visse probabilmente nel VI secolo; era un Bardo gallese – identificato da alcuni storici con un altro famoso Bardo, Taliesin – specializzato in testi profetici. La sua vita – almeno secondo le incerte cronologie del basso medioevo – fu incredibilmente lunga, tanto che certi commentatori ritengono che siano esistiti due Merlini diversi. Myrddyn era stato infatti consigliere del Re gallese Vortirgern, personaggio storico che regnò intorno alla metà del V secolo, e, più di cent’anni dopo, aveva combattuto a fianco di Re Gwenddolau contro Rhydderch il Generoso nella battaglia (perduta) di Arfderydd (575), dopo la quale, secondo la tradizione, il mago, impazzito dal dolore per la sconfitta, si sarebbe ritirato in una foresta per non mostrarsi più tra gli uomini.
Secondo Geoffrey, i poteri magici di Merlino hanno un’origine diabolica. Un assemblea infernale – racconta la “Vita Merlini” – ordisce un complotto per generare una sorta di Anticristo destinato a diffondere il male nel genere umano. A questo scopo la figlia di un ricco mercante viene posseduta nel sonno da un “Incubo”, ma rivela quanto è accaduto al confessore: questi traccia sul suo corpo il segno della croce, così, quando il bimbo nasce, è irsuto come un demone, ma non ha il desiderio di fare del male. Dal padre Satana, Merlino ha ereditato la capacità di conoscere il passato; Dio stesso, attraverso la madre, gli ha conferito il potere di prevedere il futuro. Molti anni più tardi, diventa consigliere di Re Vortingern, che libera da due draghi, poi di Re Uther Pendragon; questi si innamora della virtuosa Ygraine, moglie del Duca di Tintagel, la quale non ricambia le sue attenzioni. Il mago fa allora in modo che il suo protetto assuma magicamente l’aspetto del Duca: così, grazie a questo inganno, Uther concepisce Artù che Merlino prende sotto la sua tutela. Sarebbe con l’aiuto di Merlino che Artù riesce a compiere un prodigio, estrarre una spada misteriosamente conficcata  nella roccia, facendosi così riconoscere quale re dei Britanni. Dopo l’unificazione dell’Inghilterra, Merlino rivela al sovrano la sua missione più importante, la ricerca del Graal. Viene poi imprigionato in una tomba di cristallo da Nimue o Viviana, la “Signora del Lago” (da alcuni “unificata” con Morgana), ma continua a vivere “su un altro piano” dopo la morte di Artù. Secondo Geoffrey, Merlino è anche il responsabile della presenza del complesso megalitico di Stonehenge nella piana di Salisbury, dove l’avrebbe trasportato per mezzo delle sue arti magiche, anche se in realtà il complesso è ritenuto molto più antico rispetto all’epoca in cui dovrebbe essere vissuto il mago.

Secondo alcune dottrine esoteriche Merlino sarebbe uno dei “Superiori Sconosciuti” di Agharthi (etimologicamente “l’inaccessibile”, centro spirituale del pianeta che si troverebbe nelle viscere della terra, popolato da esseri semidivini, governato dal re del Mondo, descritto, per la prima volta da Ferdinand Antoni Ossendowski in “Bestie, Uomini e Dei”,1923): ad Artù, il suo discepolo prediletto, avrebbe affidato il compito di portare avanti l’antica tradizione magico-religiosa del leggendario regno sotterraneo. Per l’occultista inglese Dion Fortune (1891-1946), Myrddyn proveniva da Lyonesse, l’ insediamento sprofondato al largo della Cornovaglia, da molti ritenuto una delle città di  Atlantide; dal Continente Perduto avrebbe importato culti esoterici e superiori conoscenze tecniche, diffusi poi tra i Celti dal discepolo Artù e dai suoi successori.

Morgana 

Morgana è personaggio direttamente derivato dalle divinità Morrighan, Macha  e Modron (la grande madre celtica) e compare per la prima volta nella “Vita Merlini” di Geoffrey; fa parte di un gruppo di nove fate (a loro volta di tradizione celtica) che vivono ad Avalon e aiuta Artù a guarire dalle sue mortali ferite. Nelle narrazioni successive Morgana è la nipote o la sorellastra di Re Artù, con cui concepisce Mordred, e assume connotati sempre più negativi, fino a diventare l’implacabile nemica del sovrano, di Merlino e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Nelle opere tardo medioevali, dimenticate le origini semidivine, viene presentata come una perfida seduttrice, tanto bella quanto malvagia: il prototipo, insomma, della “donna sessuata” – la strega  – aborrita e temuta dalla Chiesa cattolica.

Escalibur

La spada denominata Escalibur, il cui nome è stato recentemente interpretato da insigni celtisti come una sorta di crasi delle parole latine, ossia ensis caliburnus, cioè la “spada calibica” , cioè forgiata dai Calibi (antica e mitica popolazione della Scizia, di cui si dice, scoprirono il ferro e ne portarono l’uso fra gli uomini).

Massimo Valerio Manfredi, storico del mondo antico e scrittore di successo, nel suo ultimo romanzo “L’ultima legione”, che ruota intorno ad un gruppo di soldati romani lealisti che si assumono il compito di far fuggire e portare in salvo in Britannia l’ultimo imperatore romano, Romolo Augusto, deposto nel 476 d.C. da Odoacre, insieme al suo precettore Meridius Ambrosinus, immagina che Romolo Augusto rifugiatosi in Britannia divenga re con il nome di Pendragon e abbia un figlio di nome Artù, mentre in Meridius Ambrosinus adombra Myrdin o Merlino. Quanto a Escalibur il suo significato sarebbe “Cai.Iul.Caes.Ensis Caliburnus”, cioè la spada Calibica di Giulio Cesare, che, ritrovata casualmente da Romolo e portata in Britannia sarebbe stata scagliata lontano dallo stesso Romolo (Pendragon) in segno di pace, si sarebbe conficcata in una roccia e qui, esposta alle intemperie, avrebbe finito per lasciar leggere solo alcune lettere dell’iscrizione, e cioè: E S  CALIBUR.

Ma non ci si può addentrare nelle leggende arturiane senza parlare del Graal.

1 risposta a “AVALON E LA LEGGENDA DI RE ARTU’”

  1. Pingback: Avalon e dintorni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...