Piccolo compendio di simbologia

La parola simbolo deriva dal greco Σύμβολον,  dalle radici σuμ (insieme) e βalλein  (mettere, lanciare), avente il significato approssimativo di mettere insieme due parti distinte. Nella lingua corrente delle Grecia antica, il termine simbolo (Σύμβολον) aveva il significato di “tessera di riconoscimento” o “tessera ospitale”, secondo l’usanza per cui due individui, due famiglie o anche due città spezzavano una tessera, di solito di terracotta, e ne conservavano ognuno una delle due parti a conclusione di un accordo o di un’alleanza, da cui anche il significato di “patto” o di “accordo” che il termine greco assume per traslato. Il perfetto combaciare delle due parti della tessera provava l’esistenza dell’accordo.

Oggi, aprendo un qualsiasi vocabolario, troviamo la seguente definizione di simbolo: elemento materiale, oggetto, figura, animale, persona e sim., considerato rappresentantivo di un’entità astratta, ovvero quanto evoca o rappresenta, per convenzione o per naturale
associazione di idee, un concetto astratto, una condizione, una situazione, una realtà più vasta: (es, il verde è simbolo della speranza, la colomba è simbolo della pace).

Per uno dei padri della psicologia del profondo, C.G.Jung, “ciò che noi chiamiamo simbolo è un termine, un nome, o anche una rappresentazione  che può essere familiare nella vita di tutti i giorni e che tuttavia  possiede connotati specifici oltre al suo significato ovvio e convenzionale. Esso implica qualcosa di vago, di sconosciuto o di inaccessibile per noi”. E Poiché ci sono innumerevoli cose che oltrepassano l’orizzonte della comprensione umana, noi ricorriamo costantemente all’uso di termini simbolici per rappresentare concetti che ci è impossibile definire o comprendere completamente. Questa è una delle ragioni per cui tutte le religioni e le tradizioni esoteriche impiegano un linguaggio simbolico o delle immagini”.  (v. C.G. Jung “L’uomo e i suoi simboli”)

La simbologia sarebbe dunque la vera chiave per comprendere il mondo spirituale e quello psicologico  L’uomo avrebbe infatti bisogno di simboli per afferrare ciò che altrimenti non sarebbe rappresentabile e li produrrebbe lui stesso inconsciamente e spontaneamente (per Jung i simboli sarebbero infatti il linguaggio dell’inconscio e i sogni i suoi mezzi di comunicazione).

Ma un discorso completo su simboli  e simbologia sarebbe molto complesso e non è quello che voglio fare qui.

Mi limiterò invece a qualche riflessione su alcuni dei simboli più conosciuti in tutto il mondo e maggiormente ricorrenti nell’ambito delle dottrine esoteriche di cui questo sito si interessa. Se poi qualcuno fosse stimolato ad approfondire l’argomento credo gli sarà sufficiente una ricerca su internet per venire a conoscenza di moltissimi testi in grado di soddisfare le sue curiosità. Ad ogni modo cercherò in un secondo momento di fornire anche qualche nota bibliografica.

I 4 elementi: terra, acqua, aria e fuoco

L’antica filosofia e la tradizione esoterica di tutti i tempi affermano che l’universo fisico è costituito da quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco, ovvero l’elemento solido, l’elemento liquido, l’elemento gassoso, l’elemento energetico.

E, come tutte le altre cose, anche l’uomo è composto dagli stessi elementi:la Terra infatti corrisponde al corpo fisico, l’Aria alla forza vitale, l’Acqua ai liquidi che compongono l’organismo, ed il Fuoco all’energia motrice ed attiva.

Per questo i quattro elementi hanno forti valenze simboliche e psicologiche, sono archetipi dell’inconscio collettivo, e fin dai tempi più antichi sono connessi con i più vari rituali di iniziazione.

L’iniziazione è infatti un percorso di trasformazione, un rito di passaggio, che conduce ad una  nuova nascita, ad una rinascita, e fin dai tempi più remoti comporta delle prove volte a sondare la vera intenzione del profano, il suo coraggio fisico e morale, e dei rituali di purificazione. E non si può entrare in una vita nuova se non se ne è degni e se non ci si è prima purificati delle scorie della vita precedente, se non ci si è liberati dai condizionamenti, dai preconcetti, dai pregiudizi che falsano il giudizio della nostra mente.

Ma veniamo al significato dell’elemento acqua.

La simbologia dell’acqua

Sicuramente l’acqua è dei quattro elementi quello più presente nella speculazione simbolica e anche uno dei più significativi sul piano psicologico, forse perché può essere amica e nemica, apportatrice di vita come di morte, fecondatrice e distruttrice. L’acqua assomiglia all’anima dell’essere vivente: è irrequieta e non ha posa, non ha principio, non ha fine. E’ fiume e mare, è dolce e salata, è nemica ed amica, è confine e infinito, è principio e fine. Nella sua imprevedibilità possiede tanto la calma, la gravità e la profondità abissale della Terra, quanto l’inquietudine dell’Aria e la mobilità del fuoco.    E’ energia fecondatrice, ma anche purificatrice e implica sempre una trasformazione, una rinascita.

La materia vivente iniziò dall’acqua la sua avventura nel nostro pianeta; nel liquido (amniotico) vive l’uomo la sua formazione iniziale; l’acqua costituisce la quasi totalità della materia vivente. Logico quindi che già all’alba del pensiero razionale e di quello simbolico l’uomo percepisse, per immediata intuizione, la fondamentale importanza dell’acqua nel ciclo vitale. E agli inizi della filosofia occidentale, Talete di Mileto (VII° sec. A.C.) individuò proprio nell’acqua il principio di tutte le cose, constatando che l’elemento liquido è presente ovunque è presente la vita. In molte cosmogonie antiche l’acqua è la fonte di ogni forma di vita e costituisce il supporto della creazione. Dalla biblica Genesi alla mitologia Indù, al Corano, l’Acqua è citata come luogo di nascita delle creature animate e inanimate dell’Universo. L’Acqua viene espressa come principio cosmico femminile, anima del Mondo, Madre per eccellenza, generatrice di vita. Il suo stato liquido la rende libera da qualsiasi vincolo e le dà la capacità di trasformarsi e assumere qualsiasi forma. È elemento dinamico, che scorre e può generare trasformazioni, rappresenta il flusso del divenire. In nessun momento è uguale a se stessa. L’acqua è espansione e profondità, è ricettiva e purificante, è terapeutica, portatrice di energie segrete e guaritrice.

Ma l’acqua è rappresentata anche come elemento negativo, e spesso nelle antiche leggende è anche popolata di misteriose e terribili creature che possono simboleggiare gli strati profondi e inconsapevoli della personalità, l’inconscio. In Omero si legge che le Sirene simboleggiano la bonaccia, i rischi del mare ma anche il fascino dell’ignoto, i mostri marini Scilla e Cariddi sono l’emblema dei pericolosi vortici e dei gorghi, Poseidone, dio del mare, incarna il carattere permaloso e irascibile degli dei. Il mare incuteva paura e rappresentava l’ignoto e forse per questo l’acqua si carica anche di un simbolismo che ne fa  il confine tra la vita e la morte (il mondo non conosciuto, che incombeva all’orizzonte), tra la creazione e il nulla (la terra e gli abissi inesplorati) e per questo molte culture antiche pongono l’acqua a separazione del mondo dei vivi da quello dei defunti.

Pochi temi coinvolgono tutti così in profondità come quello dell’acqua. Non stupisce quindi che l’acqua connoti credi, tradizioni, miti e riti di ogni tempo e di ogni angolo del pianeta, che  l’acqua e la sua simbologia abbiano dato vita a un ricco e variegato mondo immaginifico popolato di divinità, miti, leggende, luoghi sacri e figure misteriose che incarnano di volta in volta gli aspetti particolari di questo elemento e la sua centralità nella vita dell’uomo. Molte sono le leggende greche e latine di persone trasformate in fonti purificatrici e molte, in quelle culture, sono le fonti oggetto di culto e/o dotate del potere di risanare gli infermi. Anche oggi svariati sono i culti di salute legati alle acque sorgive in una vasta area che va dall’Estremo Oriente (l’immersione nel fiume Gange) all’Occidente cristiano (l’acqua di Lourdes).Nei miti celtici, calderoni, pentole e calici magici donatori di immortalità sono rinvenuti in fondo al mare o ai laghi. Dal mare sorge il babilonese uomo-pesce Oannes che insegna agli uomini la scrittura e l’astrologia.

Ma è soprattutto per le capacità purificatrici e di rigenerazione che l’acqua ha presenza rilevante nei miti ed in quasi tutti i rituali religiosi. Aspersioni e immersioni permettono all’uomo di liberarsi dai peccati commessi e di iniziare così una nuova vita o una nuova e più evoluta fase dell’esistenza: così è con il Battesimo (dal greco baptein, immergere, lavare) per i cristiani, con il Mikvé (una piscina d’acqua piovana in cui bisognava immergersi nudi) nell’antico rito ebraico (necessario ancora oggi per coloro che si convertono all’ebraismo), con il bagno nel Gange per gli induisti, con le abluzioni prima della preghiera per Ebrei e Musulmani. Poiché i miti della creazione di tanti popoli fanno emergere la terra dalle acque, poiché ogni bambino esce dalle acque amniotiche per vedere la luce, così l’emersione, che segue ad un immersione, ripete simbolicamente ogni volta un processo di rinascita. Simili riti di purificazione si ritrovano anche nella religione romana e italica in cui sono frequenti le cerimonie di lustrazione che avevano lo scopo di purificare persone e luoghi fisici attraverso l’aspersione di acqua. E tra gli esempi più vivi di questa concezione c’è quello del diluvio universale rintracciabile in moltissime civiltà antiche. Il diluvio, ossia la distruzione di ogni forma di vita impura attraverso l’acqua, nasce dall’ira del Dio che decide di dare vita ad un nuovo mondo in cui gli uomini siano mondi dai peccati dei loro predecessori. E’ un motivo presente nella tradizione orale e scritta di moltissime  comunità mondiali, anche tra loro lontane, che ha fatto pensare al ricordo di un cataclisma risalente alla fine dell’ultima glaciazione quando i mari si innalzarono distruggendo molte località costiere, ma che certamente ha anche un significato simbolico. Nella mitologia sumera il diluvio è inteso come l’evento sacro che divide il tempo in ante-diluviale e post-diluviale. Il diluvio babilonese è narrato nell’Epopea di Gilgamesh, nella parte in cui si parla di un antenato di Gilgamesh, Utnapishtim, scelto dal dio Ea per ricostituire l’umanità dopo il diluvio mandato sulla terra per punire la malvagità umana. La mitologia maya utilizza tre diluvi per distinguere quattro ere del mondo, vissute da quattro diverse umanità.  La tradizione letteraria greca presenta il mito di Deucalione e Pirra, unici superstiti di un diluvio universale mandato da Zeus per punire la malvagità degli uomini. Anche la tradizione ebraica attribuisce la causa del diluvio alla cattiveria degli uomini e racconta il cataclisma nella Bibbia, libro I della Genesi: Dio decide di punire l’umanità ed elegge a continuatori della stirpe umana Noè ed i suoi figli. L’eletto che si salva è il simbolo dell’uomo rigenerato che dà inizio ad una vita totalmente nuova. È importante notare che le tradizioni più svariate insistono su un punto comune: la presentazione del ciclo degenerazione-generazione, sempre con la presenza dell’elemento acqueo, inteso come morte-vita: la vita, dunque, si congiunge con la morte per dare origine ad una nuova vita. Tutta l’umanità deve passare attraverso la morte per rigenerarsi, così come  nelle celebrazioni misteriche l’iniziato deve morire simbolicamente per poter rivivere in possesso delle autentiche qualità umane.

n India ogni 12 anni si svolge la festa del Maha Kumbh Mela, la grande festa del vaso dell’immortalità (l’ultima si è svolta nel 2010) e ogni 6 anni  l’ Ardh Kumbh Mela, festa che sta a metà (ardh) della prima. Durante queste feste che iniziano il 3 gennaio e che durano 42 giorni Yogin, sadhu e pellegrini indù di tutto il mondo si bagnano nelle acque fredde del Gange, come rito di purificazione. La leggenda dice che nella notte dei tempi, quando Dei e Demoni combatterono per il possesso del vaso (kumbh) colmo di nettare immortale (Amrita), Dhanvatari (colui che gira in tondo), il medico degli dei, si manifestò durante il frullamento dell’oceano con in mano la coppa di ambrosia.

La grande festa è celebrata a rotazione, tra quattro luoghi: Allahabad, dove confluiscono i tre fiumi, il Gange, lo Yamuna e il Saraswati; Haridwar, dove il Gange scende in pianura dalle vette dell’Himalaya; Ujjain, sulle sponde del fiume Shipra e Naski che si trova sulle rive del fiume Godavari. Ciò forse perchè caddero proprio in quei luoghi quattro gocce del prezioso nettare della vita.

Il pentagramma

Pentagramma è una parola che deriva dal greco ‘pente’ e ‘gramma’, rispettivamente cinque e segno; e in effetti la figura è formata proprio da cinque linee che, incrociandosi, formano una stella a cinque punte. I greci lo chiamavano anche pentalpha, perché intrecciando cinque alpha maiuscole (A) si ottiene appunto un pentagramma, ma anche perché rappresenta i cinque principi, ovvero i quattro esposti da Empedocle (terra, acqua, aria e fuoco) cui Pitagora ne aggiunse un quinto, quello che animando le leggi intime della natura doveva riportare tutto ad unità, la quintessenza o essenza vitale.

Un altro significato della Stella a cinque punte è l’unione del principio maschile e femminile o l’Essere Androgino, cioè il corpo luminoso, che non ha sesso, tenuto conto che le sue punte sono la somma del tre, simbolo maschile, e del due, il simbolo femminile.

Si tratta di un simbolo antichissimo e potente che ha attraversato millenni di storia, semplice dal punto di vista grafico eppure tanto complesso nell’interpretazione simbolica.

E’ stato associato dalle popolazioni più antiche al pianeta Venere, in quanto se si segnano le posizioni planetarie di Venere lungo i 360° del cerchio zodiacale, la figura che si forma è proprio un pentagramma perfetto.

Per gli Egiziani il simbolo raffigurava anche Horus, il figlio di Iside ed Osiride, il Sole.

È in Mesopotamia che per la prima volta troviamo il pentagramma, di solito inciso su tavolette o frammenti di coccio come segno fonetico, ma anche come fregio delle vesti di alcune divinità, con diversi significati, forse connesso alle cinque direzioni spaziali – avanti, dietro, sinistra, destra e “in alto” – e ai cinque pianeti Giove, Mercurio, Marte, Saturno e Venere.

Spostandoci in Grecia troviamo la stella a cinque punte collegata a Pitagora e alla sua scuola – dunque intorno al 500 AC circa – dove veniva considerata simbolo di ordine e perfezione. Appartenenti ad una scuola filosofica che poneva il numero come struttura base dell’essere, i pitagorici non poterono rimanere indifferenti alle peculiarità geometriche del pentagramma, i cui lati si intersecano sempre secondo la sezione aurea, tanto che lo assunsero come loro segno di riconoscimento.

A Roma troviamo il pentagramma in una serie di monete dell’età repubblicana associato a simboli come capitelli corinzi, squadre, basamenti di colonne e altri oggetti che fanno pensare ad un collegamento della stella con la professione del costruttore.

Dal medioevo ci sono pervenuti tutta una serie di testi di magia – molti composti sotto la diretta influenza della cultura Araba – che spesso e volentieri fanno uso dello stesso simbolo.

Nel Rinascimento, il periodo del ritorno di Platone e del neoplatonismo, si afferma il principio base della magia naturalis, quello della simpateia tra simile e simile, tra microcosmo e macrocosmo: “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per le meraviglie di una cosa unica”, come recita l’incipit della Tavola di Smeraldo attribuita ad Ermete Trismegisto. Ed è proprio in questo contesto che come simbolo dell’uomo-microcosmo ritroviamo il pentagramma accostato alla figura umana a braccia e gambe spiegate che appunto ricorda la forma di una stella a cinque punte. In tal guisa, ad esempio, è conosciuto anche come Pentagramma di Agrippa, dal nome del filosofo Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (1486-1535) che nel “De Occulta Philosophia”del 1533, inserisce l’immagine di un uomo inscritto in un doppio cerchio circondato dai simboli planetari di Marte, Giove, Saturno, Mercurio e Venere; gli arti e la testa sono collegati da linee che formano appunto un pentagramma.

Altro esempio lo troviamo nel famosissimo Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci (1452-1519). Nel famoso disegno Leonardo da Vinci sviluppa, dandone completa esemplificazione grafica, le affermazioni del De architectura di Vitruvio circa le proporzioni tra le parti del corpo umano. E l’idea di rintracciare nella stessa realtà fisica dell’uomo leggi numeriche e geometriche perfette trova giustificazione proprio in un clima culturale – quello dell’Umanesimo e del Rinascimento – in cui l’individuo era considerato artefice del proprio destino e misura di tutte le cose.

L’ottocento è segnato dalla nascita di numerosi ordini magici ed esoterici, all’interno dei quali il pentagramma rivive momenti di intenso interesse, utilizzato e letto secondo simbologie spesso nuove e non sempre felici. È probabilmente ad Eliphas Levi, famoso occultista francese dell’ottocento, che si deve la tanto diffusa interpretazione maligna del pentagramma rovesciato, poi ripresa, spesso e volentieri, nei tempi a venire come simbolo di svariate correnti Sataniche o presunte tali.

Ma ritorniamo alle peculiarità geometriche del pentagramma che ne fanno anche il simbolo del retto costruire e che tanto impressionarono i pitagorici al punto che lo assunsero a loro segno di riconoscimento.

Se si disegnano tutte le diagonali possibili di un pentagono regolare fino ad ottenere una stella a 5 punte, misurando i segmenti che si ottengono dall’intersezione reciproca delle diagonali, si determina che l’intera diagonale sta alla parte maggiore come la stessa parte maggiore sta alla parte minore in un rapporto che è pari approssimativamente a 1,618 (c.d. numero d’oro)   e che è convenzionalmente indicato dalla lettera greca Φ (phi). La parte maggiore è la “sezione aurea” del segmento che costituisce la diagonale intera.

Questa proporzione e il numero che la rappresenta si trova un po’ dappertutto in natura, tanto che gli antichi pensavano che fosse stato stabilito dal Creatore dell’universo. I  primi scienziati la chiamarono infatti ” proporzione divina”. Anche nella sequenza di Fibonacci (1170-1250), in cui la somma di due termini adiacenti è uguale al termine successivo, il quoziente di due numeri adiacenti tende sorprendentemente al valore 1, 618.

Sia le sue proprietà geometriche e matematiche, che la frequente riproposizione in svariati contesti naturali, apparentemente slegati tra loro, hanno impressionato nei secoli la mente dell’uomo, che è arrivato a cogliervi col tempo un ideale di bellezza e armonia, spingendosi a ricercarlo e, in alcuni casi, a ricrearlo nell’ambiente antropico quale canone di bellezza.

Ma il numero d’oro e la divina proporzione prima ancora di ritrovarli applicati nell’architettura, sono nel corpo umano, anzi è stato proprio il corpo umano tanto bene proporzionato e armonizzato a servire da modello all’architettura. Quindi la stella a cinque punte possiamo considerarla una trasposizione in geometria del rapporto armonico che è nell’uomo e a questo pensò Agrippa di Nettesheim quando disegnò l’uomo microcosmo e Leonardo da Vinci, anch’egli forse un iniziato, con l’uomo Vitruviano o Homo ad circulum e ad quadratum.

Nell’antichità, Egizi e Greci avevano scoperto questa quantità in natura, e la utilizzarono nell’arte, in architettura e nella filosofia. Ritenevano che il rapporto aureo rappresentasse la proporzione ideale tra parti del corpo come il viso e il tronco, o tra gli arti ed il corpo intero; fu perciò usata come guida per riprodurre accuratamente la figura umana nella pittura e nella scultura.

Nel “tempio dell’Uomo”, Scwaller de Lubicz (1887-1961), archeologo ed esoterista, mostra il Tempio di Luxor in Egitto come l’applicazione architettonica dell’essere umano, con le sue proporzioni ed armonie dettate, guarda caso, dalla sezione aurea.

La Grande Piramide, Il Tempio di Luxor, la Cattedrale di Chartres, il Tempio di Salomone e la successiva Moschea di Al Aqsa, Anhkor Vat in Cambogia, le zigurrat babilonesi, il Partenone greco, Castel del Monte in Puglia, Pievi e Magioni Templari, antiche Abbazie cistercensi e benedettine, sono solo alcuni dei tanti edifici di culto costruiti secondo i dettami dell’antica arte di Thot: la Sacra Geometria.

La sezione aurea e il numero d’oro

Nell’articolo precedente ho preso in esame il pentagramma e in relazione ad esso ho accennato alla sezione aurea e al numero d’oro.

Se infatti si disegnano tutte le diagonali possibili di un pentagono regolare fino ad ottenere una stella a 5 punte, misurando i segmenti che si ottengono dall’intersezione reciproca delle diagonali, si determina che l’intera diagonale sta alla parte maggiore come la stessa parte maggiore sta alla parte minore in un rapporto che è pari approssimativamente a 1,618 (c.d. numero d’oro) e che è convenzionalmente indicato dalla lettera greca Φ (phi), in onore al grande scultore Fidia e ai suoi capolavori di cui uno fra i più celebri è il Partenone, ove la sezione aurea sarebbe stata usata più volte, in particolare nell’architrave. La parte maggiore è la “sezione aurea” del segmento che costituisce la diagonale intera.

La sezione aurea risulta indissolubilmente connessa con la geometria pentagonale dove emerge ovunque si propone: la possiamo trovare nel rapporto fra il lato BC e la sua diagonale AB, ma anche fra AB e BD (o AC’) e fra AD e AC’, e a sua volta AD e DC’, e in un’infinità di relazioni simili, se immaginiamo che nel pentagono centrale possiamo iscrivere una nuova stella o pentagramma, la quale produrrà a sua volta un nuovo pentagono centrale in cui ripetere l’iscrizione del pentagramma e così via.

Sia le proprietà geometriche e matematiche di questo rapporto, che la frequente riproposizione in svariati contesti naturali, apparentemente slegati tra loro, hanno impressionato nei secoli la mente dell’uomo, che è arrivato a cogliervi col tempo un ideale di bellezza e armonia, spingendosi a ricercarlo e, in alcuni casi, a ricrearlo nell’ambiente antropico quale canone di bellezza; testimonianza ne è forse la storia del nome che ha assunto gli appellativi di “aureo” e “divino”.

E proprio perché il pentagramma ha la particolarità che tutti i suoi segmenti sono un’ applicazione del rapporto aureo, è stato fin dai tempi più antichi assunto a perfetto simbolo dell’armonia, della bellezza e della perfezione associato anche alla dea Venere e al femminino sacro, anche se il rapporto si trova in diverse altre figure geometriche, in particolare il rettangolo e il triangolo.

Furono probabilmente i Babilonesi a scoprire le prime proprietà geometriche del pentagramma, ma la prima civiltà a definire il rapporto aureo fu quella ellenica. Possiamo infatti far risalire la scoperta attorno al VI secolo a.C., nell’Italia Meridionale, presso la scuola pitagorica, ove, riferisce Giamblico, presumibilmente Ippaso di Metaponto ne scoprì l’esistenza. E i Pitagorici, appartenenti ad una scuola filosofica che poneva il numero come struttura base dell’essere, affascinati dalle peculiarità geometriche del pentagramma, i cui lati si intersecano sempre secondo la sezione aurea, lo scelsero proprio per emblema e ne fecero il centro delle loro meditazioni, in quanto lo consideravano simbolo di ordine e di perfezione.

Ma fu Euclide, intorno al 300 a.C., a lasciare la più antica testimonianza scritta oggi disponibile sull’argomento, precisamente nel XIII° libro dei suoi Elementi, ove, a proposito della costruzione del pentagono, fornisce la definizione di divisione di un segmento in quella che definisce “media e ultima ragione”(gr. ἄκρος καὶ μέσος λόγος):

Tale divisione è basata sul semplice concetto di medio proporzionale: un segmento AB è infatti diviso in media e ultima ragione dal punto C’ se il segmento AC’ ha con AB lo stesso rapporto che C’B ha con esso, ossia se:

Dal declino del periodo ellenico passarono circa mille anni prima che la sezione aurea tornasse nuovamente a intrigare le menti dei matematici.

È il 1202, l’anno in cui Leonardo Fibonacci (1170-1250) pubblica il suo Liber abaci, il libro col quale si diffonderanno in Europa le cifre indo-arabe, e nel quale introduce il concetto di successione ricorsiva, ovvero la famosa sequenza in cui ogni termine è la somma dei due precedenti:

0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89,

ma in realtà Fibonacci pone un problema per la cui soluzione occorre calcolare i primi 12 termini della successione che oggi porta il suo nome e non fa alcuna considerazione sulla successione infinita.

Ma ad insaputa dello scopritore, anche la successione che porta il suo nome è indissolubilmente legata alla sezione aurea, in quanto il quoziente di due numeri adiacenti tende sorprendentemente al valore 1,618, difatti:

Un rinnovato interesse per il numero aureo si ebbe in un periodo di fervente rinascita culturale, il Rinascimento, e particolarmente lo si deve ad un libro, il “De Divina proporzione”,  del matematico Luca Pacioli (1445- 1514 o 1517), pubblicato a Venezia nel 1509, corredato di disegni di solidi platonici di Leonardo da Vinci, con il quale si divulgava a una più vasta platea di intellettuali l’esistenza del numero d’oro e delle sue innumerevoli proprietà, fino ad allora appannaggio soltanto di una ben più ristretta cerchia di specialisti. Il medesimo libro scalzava inoltre la definizione euclidea di proporzione media ed estrema , reinventandone una completamente nuova di proporzione divina, dove l’aggettivo “divina” è dovuto ad un ardito accostamento tra l’irrazionalità del numero che lo rende compiutamente inesprimibile per mezzo di una ratio o frazione, e l’inconoscibilità del divino per mezzo della ragione umana. Ma il termine divino potrebbe essere inteso anche in un’altra accezione, che forse era stata intuita già dagli antichi, perché la sua ricorrenza in natura, e in particolare nei suoi aspetti più armonici, dimostrerebbe che la misteriosa magia della proporzione divina è stata scritta all’inizio dei tempi, che è uno dei mattoni usati da un principio creatore e che pertanto c’è un ordine sotto l’apparente caos. Ma se l’aggettivo “divina”  si deve al Pacioli non è altrettanto certa l’origine della denominazione “aurea” con la quale è comunemente conosciuta, e, anche se è diffusa l’opinione che tale denominazione fosse in auge fin dall’antica Grecia, studiosi di storia della matematica la collocano più verosimilmente attorno al XV° – XVI° secolo, mentre la prima testimonianza scritta rintracciabile sembra risalire addirittura al 1835 nel libro Die Reine Elementar-Mathematik, del matematico tedesco Martin Ohm.

Del rapporto tra i due argomenti, sequenza di Fibonacci e numero aureo, sfuggito anche al Pacioli, si accorse invece Keplero nel 1611 che, quale astronomo, la ricercò nell’architettura dell’universo: non a caso concettualizzò un modello eliocentrico in cui le orbite dei pianeti erano inscritte e circoscritte in solidi platonici e di conseguenza legate alla divina proporzione.

Ma quello che più ha affascinato la mente umana fin dai tempi più antichi è il fatto che le proporzioni del Φ (phi) o numero d’oro si ritrovano un po’ ovunque in natura, nei luoghi più impensati, e creano una sensazione di armonia e di bellezza.

E’ stato individuato nella disposizione dei petali di una rosa, dei semi nelle mele, nella forma a spirale di alcune conchiglie, nella forma dei cicloni, negli ammassi di galassie, persino nella doppia elica del DNA e nel corpo umano. E poiché l’uomo ha sempre cercato di imitare la perfezione della natura, non ci deve sorprendere il fatto che quasi tutte le antiche costruzioni rispettassero la divina proporzione: i pitagorici parlano di “euritmia” delle costruzioni architettoniche basate sul numero d’oro che dà senso di proporzione e bellezza anche a colui che non lo conosce.

Infatti non abbiamo la certezza che la sezione aurea e il numero che la definisce fossero conosciuti da civiltà precedenti a quella greca, eppure secondo alcuni studiosi si ritrova anche in alcuni dei massimi templi costruiti dagli antichi egizi, come la Piramide di Cheope e il tempio di Luxor.

Ora nella Piramide di Cheope, ad esempio, il rapporto tra la base (230 metri) e l’altezza (145 metri) è pari a 1,58, molto vicino a 1,6. Non si esclude tuttavia che si potrebbe trattare di un tentativo un po’ forzato di ritrovare anche qui il numero aureo e si sa quanto si è elucubrato sui numeri della grande piramide.

L’egittologo ed esoterista francese René Adolphe Schwaller de Lubicz (1887-1961)nel suo capolavoro,”Il tempio dell’uomo”, dimostra che il tempio di Luxor è di un’enorme complessità geometrica e che si tratta di una rappresentazione simbolica di un uomo, una sorta di gigantesco geroglifico. Una delle principali intuizioni di  Schwaller è  che il tempio contiene molti esempi della proporzione geometrica nota come sezione aurea.   L’argomento è stato ripreso in tempi più recenti dall’egittologo indipendente John Anthony West con “Il serpente celeste”.

La Grande Piramide, Il Tempio di Luxor, il Tempio di Salomone e la successiva Moschea di Al Aqsa, Anhkor Vat in Cambogia, le zigurrat babilonesi, l’arco di Costantino, il Partenone, Castel del Monte in Puglia, Pievi e Magioni Templari, antiche Abbazie cistercensi e benedettine, la Cattedrale di Chartres e quella di Notre Dame di Parigi, sono solo alcuni dei tanti edifici di culto costruiti secondo i dettami dell’antica arte di Thot, la Sacra Geometria, e in tutte sarebbe rintracciabile il rapporto aureo, così come in molte costruzioni recenti, quali il Palazzo dell’ONU e alcune opere di Le Corbusier.

Il Partenone

Ma il numero d’oro e la divina proporzione prima ancora di ritrovarli applicati nell’architettura, sono nel corpo umano, anzi è stato proprio il corpo umano tanto bene proporzionato e armonizzato a servire da modello all’architettura. Si riteneva infatti che il rapporto aureo rappresentasse la proporzione ideale tra parti del corpo come il viso e il tronco, o tra gli arti ed il corpo intero; fu perciò usata come guida per riprodurre accuratamente la figura umana nella pittura e nella scultura.

E al rapporto armonico che è nell’uomo pensarono sia Agrippa di Nettesheim, quando disegnò l’uomo microcosmo, sia Leonardo da Vinci, anch’egli forse un iniziato, con l’uomo Vitruviano o Homo ad circulum e ad quadratum.

Heinrich Cornelius Agrippa von Nettesheim (1486-1535) nel “De Occulta Philosophia”del 1533 inserisce l’immagine di un uomo inscritto in un doppio cerchio circondato dai simboli planetari di Marte, Giove, Saturno, Mercurio e Venere, con braccia e gambe spiegate, e gli arti e la testa collegati da linee che formano un pentagramma.

E nel famosissimo Uomo Vitruviano Leonardo Da Vinci (1452-1519), sviluppa, dandone completa esemplificazione grafica, le affermazioni del De architectura di Vitruvio circa le proporzioni tra le parti del corpo umano. La persona è inscritta in un quadrato e in un cerchio. Nel quadrato, l’altezza  dell’uomo (AB) è pari alla distanza (BC) tra le estremità delle mani con le braccia distese . La retta x-y passante per l’ombelico divide i lati AB e CD esattamente in rapporto aureo tra loro. Lo stesso ombelico è anche il centro del cerchio che inscrive la persona umana con le braccia e gambe aperte.

E Leonardo da Vinci sarebbe stato profondamente affascinato dalla sezione aurea tanto da riprodurla in altre sue opere, in particolare La Gioconda, la Vergine delle rocce, l’Ultima Cena, mentre il Botticelli l’avrebbe utilizzata nella Venere.

E l’idea di rintracciare nella stessa realtà fisica dell’uomo leggi numeriche e geometriche perfette trova giustificazione proprio in un clima culturale – quello dell’Umanesimo e del Rinascimento – in cui l’uomo è considerato artefice del proprio destino e misura di tutte le cose.

Dunque la proporzione aurea, scoperta dagli antichi in natura, è stata utilizzata nell’arte e nell’architettura, benché non si possa essere certi che il suo uso sia stato sempre premeditato.

Non solo, c’è chi ha rintracciato il rapporto aureo pure in letteratura, più specificatamente in poesia, come principio organizzatore della struttura ritmica che dona al componimento le sue decantate doti di armonia, e nella musica, ove la struttura di molte partiture musicali che suonano istintivamente “armoniose” rispecchierebbe la sezione aurea, anche se si tratta di interpretazioni molto controverse.

Quel che è innegabile è che per secoli la magia, il fascino, la perfezione della sezione aurea ha ispirato intere generazioni di artisti e architetti, ma anche di musicisti, letterati, psicologi e mistici, ha appassionato comunità scientifiche di ogni tempo e di ogni angolo del mondo ed è apparso come simbolo dell’Armonia e della Bellezza dell’universo.

Secondo alcuni indica la chiara intelligenza dietro la creazione, secondo altri non rappresenta proprio nulla, perché, anche se è innegabile che essa tenda a mostrarsi un po’ ovunque, si tratterebbe solo di coincidenze.

Personalmente mi piace pensare che l’universo sia regolato da leggi che lo rendono armonioso e bello, di cui molte ancora da scoprire, e mi viene in mente l’ “Universo elegante” di cui parla il fisico statunitense Brian Greene, per il quale tutti gli eventi dell’universo nascono da un’unica entità: microscopici cicli di energia nascosti nel cuore della materia, le stringhe che vibrano. Dunque la fisica moderna ritorna a  Pitagora che percepiva l’universale armonia delle sfere, e diceva che tutto è numero e armonia. La bellezza dell’universo sarebbe il  prodotto dei suoni celesti, i quali traggono sì origine dalle ineguali e in vario modo tra loro differenti velocità, grandezza e posizione dei corpi, ma anche dall’essere collocati secondo una reciproca relazione nel modo più armonico.

Teorie ovviamente. Se poi dietro tutto ciò ci sia un disegno intelligente non è dato saperlo.

Ognuno può darsi la risposta che vuole.

La Scala

La scala è un simbolo che rappresenta il collegamento fra cielo e terra, e fra morti e vivi, la comunicazione tra Dio e l’uomo, la possibilità di ascendere al cielo.

Buddha scese dal monte Meru utilizzando una scala.

Dipinti con le anime degli uomini rappresentate mentre salgono e scendono su una scala sono comuni in opere d’arte illustrative della mitologia indiana.

Nella grotta di Mitra c’era una scala con sette gradini che rappresentavano le sette sfere dei pianeti per mezzo delle quali le anime salivano e scendevano.

I maghi della Persia immaginavano che le anime dei defunti dovessero giungere al Sole passando per sette porte di sette diversi metalli, e poste sopra una altissima scala.

Nella tradizione islamica, Maometto vide una scala che saliva nel Tempio di Gerusalemme (il “centro” per eccellenza) fino al Cielo, con gli angeli a destra e a sinistra; sulla scala le anime dei giusti salivano verso Dio.

Così Dante vide, nel cielo di Saturno, una scala d’oro innalzarsi vertiginosamente fino all’ultima sfera celeste, sulla quale salivano le anime dei beati (Par. Canti XXI  e XXII).

Le ascensioni significano sempre trascendere la condizione umana e penetrare in livelli cosmici superiori e distinguono gli iniziati dalla grande massa dei profani.

Sant’Agostino afferma che per i gradi delle varie virtù morali si arriva alla sommità della scala, cioè al Sommo Bene: questo è quindi l’emblema che indica la graduale ascesa ossia il progresso.

Nella Bibbia   si  narra  di Giacobbe  che,  durante  il  suo  viaggio  essendo  giunto  in  un  certo luogo, e volendo riposarsi dopo il tramonto del sole, prese una delle pietre che stavano per terra e, ponendola sotto la testa, dormì in quello stesso luogo. E vide in sogno una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo, e vide anche alcuni angeli che vi salivano e vi scendevano. E in cima alla scala vi era il Signore, che gli diceva : io sono il Signore, il dio di Abramo, tuo padre, e il dio di Isacco. La terra sulla quale ti sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. Alla mattina, svegliatosi dal sonno e intendendo il potere della pietra che si era posto come guanciale, Giacobbe la alzò, la piantò sulla terra a mò di stele e sparse dell’olio sulla sua sommità e pronunciò queste parole: questa pietra, che ho innalzato come tempio, sarà chiamata casa di Dio,Betel”(Genesi, 28).

Fin dai tempi più antichi l’uomo ha così cercato di indicare ai suoi  simili questi mistici luoghi di culto, questi centri sacri, che rappresentano i punti di collegamento tra terra e cielo, segnandoli con Betili (da Betel che in ebraico significa casa di Dio) e menhir.

La Scala di Giacobbe è rappresentata anche nella prima tavola del “Liber Mutus” (1), quella in cui si vuole annunciare il livello spirituale su cui ci si muove nell’affrontare le discipline alchemiche.

Il disegno rappresenta appunto il sogno biblico di Giacobbe, con gli angeli che scendono dal cielo sulla terra, e salgono dalla terra verso il cielo usando una scala a pioli. In terra vediamo un uomo addormentato che rappresenta l’umanità intera, o quantomeno coloro che sceglieranno di essere risvegliati dal sonno dell’incoscienza, grazie allo squillare delle trombe divine. Le figure angeliche possono essere considerate come collegamento tra mondo terreno e mondo celeste, tra l’uomo e la sfera cosmica.

La scala raffigurata al centro della tavola simboleggia però nel contempo anche la “scala philosophorum”. Salendo questa scala l’uomo potrà compiere le tappe della Grande Opera alchemica. Possiamo contare 12 pioli sulla scala, gli unici a noi visibili. Il numero non è casuale, al contrario lo conosciamo come carico di significati nel linguaggio alchemico. Il 12 segna il compimento di un ciclo, perché 12 sono le ore del giorno e 12 quelle della notte, 12 sono i mesi dell’anno e ancora 12 sono i segni dello zodiaco. Anche in alchimia ci sono 12 fasi nel processo a cui verrà sottoposta la materia.

La scala è da sempre stata utilizzata per raffigurare il processo di crescita dell’uomo, l’ascesa progressiva nell’individuazione del sé; la ritroviamo nei riti di iniziazione orfici, nei misteri mitriaci e nei riti sciamanici.

In ambito laico una scala appoggiata al petto è la personificazione della filosofia, una delle “arti liberali”.

Nella cattedrale di “Notre Dame” di Parigi il pilastro di mezzo, che divide in due il vano d’ingresso alla cattedrale, ci offre- come dice Fulcanelli (2) – una serie di rappresentazioni allegoriche delle scienze Medievali. Dietro le quali, si celano tutti i simboli dell’Arte Sacra. Di fronte al sagrato – al posto d’onore- c’è l’Alchimia raffigurata da una donna la cui fronte tocca le nubi. Siede in trono e tiene nella mano sinistra uno scettro – segno di sovranità – mentre con la destra tiene due libri:uno chiuso (esoterismo) e l’altro aperto (essoterismo).Come a significare che la cattedrale  presenta un duplice messaggio,uno destinato ai soli Iniziati e l’altro ai fedeli comuni. Appoggiata al petto e posta tra le gambe ha la “scala philosophorum”, simbolo delle nove successive operazioni della fatica ermetica. E qui infatti la scala ha nove pioli e non dodici come nella prima tavola del “liber mutus”.

La scala era anche usata nei documenti della Carboneria, e l’Apprendista faceva il segno della scala con il movimento verticale delle due mani chiuse, con il pollice alzato, scendendo dalle spalle alle anche.

La troviamo in varie allegorie: la scala delle virtù coi suoi sette pioli, quella dell’ascesi, il cui primo scalino rappresenta il drago del peccato che bisogna calpestare.

Sia in ambito laico che religioso rappresenta sempre il collegamento con una sfera superiore.

La scalinata e i gradini in generale simboleggiano l’ascesa ad un piano superiore in un percorso che avviene per successivi gradi.

Chi si solleva alla sfera della vita quotidiana e raggiunge un piano situato più in alto, si trova più vicino alla divinità.

Guenon in “Simboli della Scienza sacra” (pag.291) scrive che “…la scala offre un simbolismo completo: essa è come un ponte verticale che si eleva attraverso tutti i mondi, permettendo di percorrerne l’intera gerarchia passando di piolo in piolo; nello stesso tempo i pioli sono i mondi stessi, cioè i diversi livelli o gradi dell’Esistenza Universale”.

Nelle civiltà antiche i templi hanno spesso la forma di torri a scalini (la ziqqurat in Mesopotamia, la stupa nelle regioni indiane di religione Buddista, il “teocalli” nell’antico Messico, le piramidi a gradini in Perù). Anche gli antichi templi dei Greci sono stati edificati su basamenti a scalini.

L’ascensione corrisponde ad una disposizione archetipica della psiche che desidera avvicinarsi a quella sfera dell’ordinamento cosmico associata al cielo e che d’altronde è alla base del concetto fantastico delle montagne sacre. In tutta l’Asia è diffuso il mito di una grande montagna, parte dell’Himalaya tibetano, “l’ombelico del mondo”, da cui nascono grandi fiumi che portano la vita nei territori che attraversano. Il mito trae origine dall’epica hindu dove si parla del monte Meru, noto anche come Sumeru col significato di “magnifico Meru”, la dimora degli dei, la montagna sacra della mitologia induista e buddhista; alta 80.000 leghe (circa 450.000 km) si trova al centro dell’universo, nel continente (mitologico) Jambudvipa. Molti templi induisti, come il tempio di Angkor Wat in Cambogia, sono stati edificati come rappresentazioni simboliche del monte.

I Celti consideravano l’isola di Avalon – identificabile con l’attuale Glastonbury – il punto di passaggio dell’Asse del Mondo. E il Tor di Glastonbury rappresenta l’archetipo della montagna sacra e spirituale, e funge da scala per il cielo, mentre le sorgenti costituiscono il mezzo per accedere al magico regno degli spiriti del sottosuolo, e per uscirne. Vero e proprio specchio del sacro, Avalon-Glastonbury rappresenta per i mistici il castello del Graal e la patria di Excalibur, ed è il luogo in cui è sepolto re Artù, che non è morto, ma aspetta di fare il suo ritorno dagli inferi.

  

(1) – “Liber Mutus”, famoso trattato di alchimia composto esclusivamente di immagini, pubblicato a La Rochelle nel 1677 da un autore celatosi sotto lo pseudonimo di “Altus”, ormai introvabile nella sua edizione originale e completa, di cui esiste un esemplare nella Biblioteca Municipale di La Rochelle. Fu da essa che il celebre alchimista Eugène Canseliet (1899-1983), realizzò per la prima volta il fac-simile delle splendide tavole che pubblicò insieme al proprio commento.

(2) – Fulcanelli,  pseudonimo di un autore di libri di alchimia del XX° secolo di cui è sempre rimasta segreta l’identità. Le sue opere più famose sono “Il Mistero delle Cattedrali” del 1926 e “Le dimore filosofali”del 1931. Fulcanelli parlò sempre attraverso Eugène Canseliet che curò le prefazioni dei suoi libri.  

LA MELAGRANA  E L’ETERNO CICLO COSMICO

Il Melograno (Punica granatum) è un arbusto con portamento cespuglioso e foglie abbastanza piccole, oblunghe, di color verde brillante, che può raggiungere i 4 metri di altezza, appartenente alla famiglia delle punicacee, coltivato in climi temperato-caldi, originario del Nord Africa da cui il nome Punica granatum appunto o mela di Cartagine.  I fiori sono caratterizzati da calice rosso, coriaceo e persistente nel frutto, detto in botanica balausta, ma comunemente conosciuto come melagrana, una bacca sferica con scorza rigida e coriacea giallo/rossastra, suddivisa in più sezioni, separate da tramezzi membranosi giallo-chiari, sezioni  piene di granelli di color rubino, lucidi e brillanti con la loro polpa succosa, dalla cui spremitura si ottiene un succo gradevolissimo e dissetante, ricco di numerose proprietà salutari. Già nell’antichità la melagrana era tenuta in grande considerazione per le sue proprietà benefiche; lo stesso Ippocrate ne esaltava le preziose virtù che hanno trovato conferme sia negli usi tradizionali che nelle moderne ricerche scientifiche che ne fanno quasi un elisir di lunga vita.

Ma abbiamo molti riscontri che la Melagrana, nota ed apprezzata presso tutti i popoli antichi, dagli Egizi, ai Fenici, agli Ebrei, ai Greci e ai Romani, siaper le sue qualità medicinali che gastronomiche, tanto che nella Bibbia è citato il “mosto di melagrana” , mentre Apicio1 ne consiglia i metodi di conservazione, fosse conosciuta e utilizzata, oltre che nella medicina popolare e nella gastronomia, anche in tutti i momenti di carattere magico e o religioso di queste antiche civiltà, che, utilizzandola per riti, misteri ed occulte iniziazioni, attribuivano ad essa molteplici significati, tra i quali prevalente e comune a tutte quello della fertilità, della fecondità e della discendenza numerosa. E su questo ritengo dovermi soffermare perché sappiamo che i popoli antichi riuscivano a caricare la materia di una fitta rete di simboli e significati che si sono tramandati fino a noi, tanto che è nel cuore di esse che dobbiamo scavare per ricercare i simboli della scienza sacra, ciò perché essi avevano un rapporto con la natura diverso dal nostro derivante, secondo alcuni studiosi, da uno sviluppo maggiore dell’emisfero cerebrale destro, con limitate capacità verbali, specializzato nella sintesi, che si esprime per concetti globali, mediante simboli e metafore, che risponde dei processi intuitivi e della creazione artistica e tratta le informazioni in maniera analogica, pervenendo a delle conclusioni senza aver apparentemente stabilito delle relazioni, mentre noi moderni uomini tecnologici abbiamo sviluppato maggiormente il sinistro, quello deputato al pensiero logico-analitico, alle capacità matematiche e verbali, e che tratta le informazioni in maniera ordinatoria, analitica.

In Africa ancora oggi la melagrana è il simbolo della fecondità materna, in India le donne sterili ne bevono il succo. Nell’antica Roma le spose utilizzavano i rami per le loro acconciature nuziali. In Persia, la poesia amorosa ricorreva spesso all’immagine simbolica della Melagrana che veniva spesso associata all’immagine lirica dell’amata. Anche la Bibbia, nel Cantico dei Cantici, presenta quest’ultimo significato estetico e poetico della Melagrana.2 V’erano inoltre, in cima alle colonne,

Anche nel mondo orientale la Melagrana rappresentava abbondanza, fertilità e fecondità; in Cina era considerato il simbolo della posterità, in Vietnam un’antica leggenda narra di una Melagrana che, aprendosi, lascia uscire cento bambini,mentre in Turchia la sposa getta per terra una granata: avrà tanti figli, si dice, quanti sono i chicchi usciti dal frutto. Sempre in Turchia, il succo del melograno è considerato una panacea rinvigorente da dare stagionalmente ai giovani e alle persone debilitate. Molti popoli reclamano l’origine del Melograno nelle proprie terre, così sembra che questa pianta abbia origine ovunque. Gli antichi Egizi avevano la consuetudine di porre all’interno dei sepolcri i frutti di melograno. I babilonesi credevano che masticare i semi di melograno prima delle battaglie, li rendesse invincibili. Il Corano cita tre volte il melograno, due volte come esempio di cose buone create da Allah, e una volta come frutto trovato nel giardino del Paradiso. Nella tradizione indiana i semi del melograno vengono usati come spezia. Nella lontana Cina i neosposi mangiavano la melagrana per benedire le nozze. In Grecia, il mito di Demetra e Persefone si snoda intorno a sei chicchi di melagrana mangiati nell’Ade. Le donne ateniesi mangiavano i semi del frutto per conquistare fertilità e prosperità; i sacerdoti erano incoronati con rami di melograno ma non potevano mangiarne i frutti. E’ tradizione greca rompere un melograno durante i matrimoni, a Capodanno e quando si compra una nuova casa (il melograno è il primo dono che anche oggi gli ospiti portano) perché simbolo di abbondanza, fertilità e fortuna. Per lo stesso motivo, le decorazioni che riportano immagini del melograno sono molto comuni in Grecia.

Dunque, per tutti, il riferimento è allo stesso concetto, anche se in forme diverse, e non si può contestare che la fertilità e la discendenza numerosa ben si adattino alla descrizione della melagrana con i suoi numerosi chicchi strettamente connessi, ma anche separati, di colore rosso che è il colore dell’amore.

Attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, nel suo duplice ruolo di Colei che dà la vita e Colei che la toglie, la melagrana era simbolo sia di Fecondità sia di Morte, tant’è vero che si sono trovate melagrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale, ma anche nell’antico Egitto pare si utilizzassero i frutti ed i semi della melagrana nelle cerimonie funebri come dimostrerebbe il fatto che simboli del frutto sono stati rinvenuti in tombe risalenti a 2500 anni prima dell’Era Volgare.

Secondo un mito greco il primo melograno nacque dalle gocce di sangue del dio Dioniso e altri sorsero sulle tombe di giovani eroi, racchiudendo nell’essenza vegetale le stille del loro sangue. La melagrana che spunta dal sangue di un essere mitico e genera un nuovo essere si ritrova anche nel mito frigio di Attis.3   Ma in epoca arcaica il melograno era associato a un essere femminile, Rhoi (il cui nome alludeva alla melagrana che in greco si diceva roia o roià, uno dei nomi greci della pianta). E a questo proposito si deve anche notare che questo nome ha la stessa etimologia del  verbo “ε“, scorrere, e significa  lo scorrere della forza dell’universo e quindi anche il ciclo delle stagioni, e il ciclo di nascita e morte. E i Latini chiamavano il frutto “malum punicum”, melo fenicio, perché si diceva che provenisse dall’area siro- fenicia dove una mitica Sìde4, altro nome greco della melagrana, veniva considerata l’eroina fondatrice di Sidone che ne aveva ripreso anche etimologicamente il nome. E non a caso nell’antica Grecia molte dee furono rappresentate con in mano questo frutto. Nel Museo di Paestum, è conservata una statua arcaica, che raffigura la dea Era con un bimbo in braccio nell’atteggiamento della kourotrofos, ovvero di colei che nutre, e con questo frutto nella destra. Nello stesso museo un’altra statua arcaica di terracotta rappresenta una dea non identificata, seduta su un trono e con in mano lo stesso frutto. Infine nel Museo Nazionale di Napoli si custodiscono alcune statuette di kourotrofoi con la melagrana di tarda età ellenistica, provenienti da Capua. Nel santuario di Santa Maria del Granato a Capaccio Vecchio, in provincia di Salerno, si venera una Vergine col Bambin Gesù che tiene nella mano destra una melagrana, quasi fosse uno scettro: la Madonna del Granato. Ma alcuni studiosi sulla base di documenti della tradizione hanno affermato che nel Santuario si trasferì in forme cristiane il culto di Era: infatti prima del tempio cristiano nello stesso luogo sorgeva un tempio pagano dedicato a Era, Giunone per i romani, cui era sacro il melograno. Pausania (Pausania il Periegeta, scrittore e geografo greco antico, d’origine asiatica vissuto intorno al II secolo d.C.) aveva descritto una statua di Era in Argo, maestosa sul trono, che portava sul capo una corona dov’erano scolpite Cariti e Ore e in una mano il frutto e nell’altra lo scettro. Quale significato avesse la melagrana lo scrittore greco non volle svelarlo, limitandosi a dire che la tradizione è di quelle di cui è meno lecito parlare. (Pausania, Guida alla Grecia, II, 17,4). Anche altre dee furono ritratte con questo simbolo vegetale: Atena, protettrice della città di Atene nella sua funzione di divinità vittoriosa, Afrodite nell’isola di Cipro, dove secondo un mito avrebbe piantato per la prima volta l’albero, e infine Core-Persefone, Signora degli Inferi e delle piante.

L’iconografia classica ritrae spesso Persefone (Persefone, Kore, Kora, o Core, figura della mitologia greca, fondamentale nei Misteri Eleusini, entrata in quella romana come Proserpina) con il fiore o il frutto del melograno per simboleggiare la sua funzione di Signora dei morti. Con la melagrana appare in una serie di terrecotte provenienti dalle Isole di Rodi, Cos, Melos e dalla Sicilia e dall’Italia meridionale. Da Locri, dove un santuario extraurbano era dedicato a Persefone, proviene una figura di dea giovinetta, con il fiore e il frutto del melograno, che è stata interpreta come Core. Nel suo mito sembra riecheggiare quello di Rhoi o di Sìde, le citate melagrane arcaiche. D’altronde la stessa Core doveva essere una dea arcaica, la divinità del prato fiorito mediterraneo prima di diventare Persefone, la figlia di Demetra e di Zeus. E per venire a epoche più recenti possiamo anche ricordare il dipinto del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti5che rappresenta Proserpina con in mano una melagrana. Secondo il mito, tramandatoci da Apollodoro di Atene (II sec. a.C.),  Persefone o Kore, era figlia di Zeus e di Demetra (la Romana Cerere), divinità legata all’agricoltura e alla coltivazione del grano. Il suo nonome significa fanciulla. Venne rapita dallo zio Ade, dio dell’oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla contro la sua volontà. Una volta negli inferi le venne offerta della frutta, ed ella mangiò solo sei semi di melograno. Persefone ignorava però il trucco di Ade: chi mangia i frutti degli inferi è costretto a rimanervi per l’eternità. La madre Demetra, dea dell’agricoltura, che prima di questo episodio procurava agli uomini interi anni di bel tempo e fertilità delle terre, reagì adirata al rapimento impedendo la crescita delle messi, scatenando un inverno duro che sembrava non avere mai fine. Con l’intervento di Zeus si giunse ad un accordo, per cui, visto che Persefone non aveva mangiato un frutto intero, sarebbe rimasta con il marito nell’oltretomba solo per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell’anno. Demetra allora accoglieva con gioia il periodico ritorno di Persefone sulla Terra, facendo rifiorire la natura in primavera ed in estate.Il mito  esaltava la fertilità della Natura (risveglio primaverile) e la rinascita e il rinnovarsi della vita dopo la morte. In questo mito la melagrana, i cui chicchi rappresentano qui “il cibo dei morti” ha la funzione di costringere la Grande Madre, nella sua manifestazione di vergine, di Core, a scendere periodicamente negli Inferi, ovvero a morire come vergine per trasformarsi in madre generando il suo luminoso Figlio che lo ierofante evocava durante l’iniziazione nei grandi Misteri eleusini. Come la luna diventa periodicamente nera unendosi al sole durante il novilunio, così Core-Persefone scendeva ogni anno agli Inferi per congiungersi con Ade a rigenerare il cosmo per poi rinascere, risalendo sulla terra, e regnare a fianco di Demetra come Signora del Cosmo.

Da tutti questi miti si può dedurre che la melagrana fu dunque il simbolo nella tradizione mediterranea precristiana del rinnovarsi del cosmo, della sua perenne rigenerazione a opera della Grande Madre che nel ciclo eterno di vita-morte-vita, genera, riprende in sé e rigenera.

1 Apicio, buongustaio del I° secolo, autore del trattato “de re coquinaria”

2 E’ scritto infatti: “come spicchio di melagrana sono le tue guance, senza quello che di dentro si nasconde” e più avanti il melograno ritorna, come simbolo di fertilità, speranza e fecondità: “ero discesa nel giardino delle noci, per osservare i frutti delle valli, per vedere se la vigna fosse fiorita, se avessero germogliato i melograni. Io ti prenderò, ti condurrò nella casa di mia madre, là mi istruirai, io ti darò da bere il vino drogato ed il mosto delle mie melagrane”.

Lo stesso significato di fertilità viene dato dalla Bibbia in altra sede, quando si parta della Terra Promessa, della terra ideale: “perché il tuo Signore t’indurrà in un’ottima terra…terra da grano, da orzo e da viti, dove prosperano i fichi, i melograni e gli uliveti”. Potrebbero essere questi i motivi che indussero Hiram, l’architetto del Tempio di Salomone, a riportare l’immagine scolpita della Melagrana intorno ai capitelli delle due Colonne: “compì le colonne con due ordini di melagrane attorno al reticolato, da coprirne il capitello che sormontava la colonna. Lo stesso fece al capitello dell’altra… V’erano inoltre in cima alle colonne, sopra ai reticolati, altri capitelli proporzionati alla colonna, ed intorno a questo secondo capitello, disposte in ordine, altre duecento melagrane”.

3 [Attis è il paredro di Cibele, il servitore eunuco che guida il carro della dea, un’antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre, dea della natura, degli animali  e dei luoghi selvatici. Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la Lidia passò approssimativamente nel VII secolo a.C. nelle colonie greche dell’Asia Minore e successivamente nel continente, da cui fu esportato a Roma nel 204 a.C. Secondo la tradizione frigia, conservata in Pausania (Perieghesis, VII, 17, 10-12) ed in Arnobio (Adversus Nationes, V, 5-7), il demone bisessuale Agdistis sarebbe nato dallo sperma di Zeus caduto sulla pietra, mentre il dio cercava di accoppiarsi con la Grande Madre sul monte Agdos. Gli dei dell’Olimpo spaventati dalla forza e dalla ferocia dell’essere lo evirarono: dalle gocce del sangue fuoriuscito dalla ferita nacque un albero di melograno. La figlia del fiume Sakarya (Sangarios), Nana, colse un frutto dall’albero e rimase incinta. Tempo dopo nacque il figlio che venne chiamato Attis, in quanto fu allattato da una capra (in frigio attagos), dopo essere stato cacciato sulle montagne per ordine di Sakarya. Attis crebbe e fu mandato a Pessinunte per sposare la figlia del re Mida. Durante la celebrazione del matrimonio, Agdistis, innamorato del giovane, fece impazzire tutti gli invitati e lo stesso Attis, che si recise i genitali sotto un pino. Dal suo sangue nacquero le viole mammole. Cibele, madre degli dei, ottenne che il corpo del giovane rimanesse incorrotto.

4 Sìde, sposa di Orione, il mitico cacciatore, fu da questi gettata nell’Ade perché aveva osato contendere con Era in una gara di bellezza (Apollodoro, Bibliotheca, I, 25). Il mito forse riflette il passaggio da una sfera culturale primitiva a una più moderna, dove Era aveva assunto il ruolo principale.

5 Dante Gabriel Rossetti, – Londra, 12 maggio 1828 – Birchington, 10 aprile 1882 – pittore e poeta britannico, figlio di un esule politico italiano, tra i fondatori del movimento artistico dei Preraffaelliti

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